

Anfitrione – Variazioni sul mito di Lucia Pasetti
"Le donne fedeli sono quelle che cercano nella primavera, nei libri che leggono, nei profumi, nei terremoti, quelle rivelazioni che le altre chiedono agli amanti. Insomma, tradiscono i loro mariti con il mondo intero, tranne che con gli uomini".
Jean Giraudoux
C'è tra la letteratura e il mito un rapporto antico. Plauto, Molière, Kleist, Giraudoux, sono letterati lontanissimi l'uno dall'altro. Eppure il mito si dirama nell'universo delle rispettive opere in un reticolato di citazioni che si propaga dalle lontane origini della letteratura greca sino all'attualità. Variazioni sul mito, le chiama la curatrice del volume "Anfitrione" edito dai tascabili Marsilio. Che raccoglie l'edizione integrale degli "Anfitrioni" cantati rispettivamente da Plauto, Molière, Kleist e Giraudoux. Una breve ma folgorante introduzione anticipa la galleria di questi insuperati classici della letteratura mondiale, spalancando i cancelli della ragione, che poi si perde definitivamente quando ci si addentra nel labirinto delle variazioni. Colpiscono tutte, soprattutto a rileggerle ora, una dopo l'altra, insieme. E viene voglia di piangere a sentirsi raccontare la propria storia dall'antica Alcmena uscita dalla penna di Kleist. Le lacrime scorrono non solo e non tanto perché il tedesco sceglie di raccontarci la parte tragica del mito di Anfitrione. Le vicende della sposa del tebano Anfitrione sembrano, infatti, evocare scenari sin troppo moderni. E la confusione dei sentimenti di Alcmena, che nel non riconoscere il vero Anfitrione mostra tutta l'impotente incapacità di distinguere l'oggetto del proprio amore, è anche la definitiva disillusione che l'amore possa sparigliare le carte del destino. E'la triste filosofia che si ritrova in Kleist nella "Brocca rotta" e nel "Principe di Homburg", e che sembra profetizzare la scelta finale del suicidio dell'autore.
Alcmena è tratta in inganno da Giove, che si presenta a lei sotto le false sembianze del marito Anfitrione per una lunga notte d'amore nella quale la stessa regina rivelerà all'amante di avere provato sensazioni prima sconosciute. Ciononostante Alcmena è incapace di riconoscere un dio nell'interlocutore di quell'unica notte perfetta, incapace di staccarsi dall'algida immagine idealizzata del marito (ma il suo dramma di voler restare fedele ad Anfitrione nasconde una tragedia dai contorni molto più cupi, e cioè quella di non riuscire ad essere fedele a se stessa). Per questo, quando il dubbio di avere amato un altro comincia a insinuarsi in lei, Alcmena diviene preda di una inquietudine interiore che le toglie ogni considerazione di sé. Non il senso di colpa verso gli altri ma piuttosto verso se stessa.
Mentre il vero Anfitrione, privato della proprio identità da Giove, si trova a combattere contro la perdita del potere e il conseguente disagio nei confronti degli altri, del mondo esterno; Alcmena convive con un dramma solo interiore. Che la fa naufragare nella più dolente incomunicabilità (a lei non interessa dare spiegazioni ad alcuno, è se stessa che non comprende più). E la consegna alla galleria delle eroine (o antieroine?) dei nostri tempi. Anche Giove è un dio dei nostri tempi, vicino a una sensibilità quasi cristiana quando afferma "O Alcmena, anche l'Olimpo è deserto senza amore! Che cosa mai può offrire l'adorazione dei popoli terreni, prostrati nella polvere, al suo cuore assetato? Amato vuol essere lui stesso e non l'immagine che hanno di lui". Segno che il Giove di Kleist ha incontrato Alcmena su mandato di quel punticino del petto che si agita anche nell'olimpo degli umanissimi dei. Segno altresì che anche il paradiso e l'olimpo somigliano troppo all'inferno degli umani. Come quello vissuto da Heinrich Von Kelist, disperato al punto di suicidarsi insieme all'amica Henriette Vogel. Ma solo dopo avere reso pubblica, in Anfitrione come in altre opere, la sua tragedia privata. Che alla fine del libro ci abbaglia come una struggente luce d'addio. Al confine della ricerca di un'antica malinconia cui questa tragedia ripeterà sempre l'eco facendola risuonare all'orecchio distratto di noi post-moderni, impotenti di fronte al nulla del disamore.