

Il dio denaro di Arturo Paoli e Gianluca De Gennaro
Il denaro è un dio. Suona più o meno così il monito di un libro di Arturo Paoli e Gianluca De Gennaro dedicato a una non inedita forma di schiavitù, quella al denaro. A dispetto della regola non bollata di San Francesco, il quale predicava di non possedere alcuna cosa per possedere tutte le cose. Ed è proprio nel solco di questa assurda schiavitù che oggi assistiamo alla meschina contabilizzazione delle violenze subite dagli ebrei dopo l'entrata in vigore delle leggi razziali. Penso in particolare alla legge n. 932/80 che prevede la possibilità di ottenere la qualifica di perseguitato razziale e, qualora sussistano le prove e i certificati, il riconoscimento di un assegno di benemerenza. Rileggo a questo proposito alcune delle domande presentate da chi quelle leggi le ha subite sulla propria pelle e che ciononostante ha avuto a che fare, ancora una volta, con gli algidi burocrati il cui profilo così bene ci è stato restituito da Anna Arendt nella sua "La banalità del male".
Ci si chiede, allora, vista l'indifferenza (a cui si somma oggi la colpa dell'ignoranza) che cosa accadrebbe se un falso genio del male, se un omino presuntuoso e comune decidesse di instaurare un banale regime del terrore. Forse come allora non accadrebbe nulla e ognuno penserebbe agli affari suoi. E' l'impressione dell'autore di una lettera inviata all'attenzione della commissione deputata ad accettare o respingere le richieste della qualifica di perseguitati, scritta dopo aver appreso la notizia di non essere stato riconosciuto perseguitato razziale.
"Ritenuto che io – si legge nella lettera - secondo il parere della commissione, non ho subito nessun atto persecutorio né sotto il profilo morale o fisico, desidero precisare che mio padre fu catturato e ucciso alle Fosse Ardeatine per il solo motivo di essere ebreo. Sono nato orfano, non ho mai conosciuto mio padre, oltre a lui, anche le mie sorelle furono deportate, immaginate quale fosse lo stato d'animo di mia madre, rimasta vedova giovanissima, con tre figli, senza lavoro e nulla per poterci sfamare?" Ben magra ricompensa sarebbe stata per quest'uomo il ricevere l'assegno di benemerenza. Di più, a volerla pensare come San Francesco, il vile denaro non dovrebbe essere il prodotto delle nostre menti e del nostro lavoro, tanto meno dunque il frutto delle nostre sofferenze. Ma sappiamo che Shylock la pensava diversamente da San Francesco. Sappiamo che quel mercante ebreo avrebbe barattato il denaro con la sofferenza di essere considerato alla stregua di un essere abietto. Ma davvero crediamo che lorsignori della commissione sappiano chi fossero Shylock e San Francesco? Il primo era un superbo malvagio, il secondo un santo sublime. Li accomunava dunque la grandezza. Nel pianista di Polański un ebreo in attesa di essere deportato leggeva il mercante di Venezia trovandolo molto attuale a distanza di secoli da quando era stato scritto. Io rileggo ora la regola non bollata di San Francesco nel volume "Il dio denaro" edito da l'altrapagina. Si tengano il loro denaro lorsignori della commissione, il loro dio non avrebbe in ogni caso colmato la sofferenza di un figlio che sa di aver perduto un padre perché ebreo. E tuttavia il riconoscimento di quell'assegno avrebbe mostrato la faccia gentile di un piccolo dio (il denaro) divenuto onnipotente per l'ignoranza di molti uomini.