
Finalmente un film 'cinese' di Ang Lee: dopo svariati film occidentali ecco il regista immergersi di nuovo e con ottimi risultati artistici -il botteghino a quanto pare non lo ha premiato- nelle tipiche atmosfere (si parte subito con una scena di una interminabile partita a "Mah Jong" tra eleganti e loquaci signore) della sua Madrepatria!
"Brokeback Mountain" resta, a mio parere, insuperato all'interno della produzione del regista ma anche "Lust, Caution", dotato di una struttura drammatica molto salda, sa trasmettere emozioni forti.
Il film è ambientato nel periodo della seconda guerra mondiale, in una Cina occupata dai giapponesi, divisa tra ribelli, collaborazionisti e 'indifferenti': questa quindi la scacchiera dove si muovono i personaggi, quasi fossero pedine di un destino crudele. Soprattutto la protagonista, Wang Jiazhi/ Mak Tai Tai, appare come un'impotente marionetta, manovrata da persone e forze decisamente più grandi di lei e persino al di là della sua capacità di comprensione.
All'inizio del film Wang Jiazhi è poco più che una ragazzina, innamorata della forte abnegazione e convinzione nelle proprie idee di un compagno di università, Hang: si costituisce, sulla base di un gruppo teatrale, un piccolo nucleo di ribelli, composto da vari ragazzi e due sole ragazze, con a capo Hang.
L'abnegazione verso i propri ideali però lentamente diventa ingenuo quanto crudele oblio della propria dignità e del limite che separa la volontà di sopravvivere dalla violenza gratuita verso se stessi e verso gli altri: c'è la vergine sacrificale spinta ad immolare se stessa alla causa, c'è uno dei più brutali e 'realistici' omicidi cinematografici che si siano visti negli ultimi anni (ricorda, per senso di squallore misto ad orrore, l'accoltellamento in "The Village" di M. N. Shyamalan) che assume carattere quasi rituale e che diventa colpa condivisa dal gruppo (sia carnefici che spettatrici), che inevitabilmente dovrà pagarne le conseguenze.
Dopo 'la colpa' commessa dal gruppo passano alcuni anni, i componenti si disperdono, e poi di nuovo 'la vergine sacrificale' Wang Jiazhi/ Mak Tai Tai viene ricontattata da Hang e dai capi della resistenza. Lei ha il compito di incontrare e sedurre l'uomo (Mr. Yee) che qualche anno prima era stato bersaglio del gruppo di ribelli, un importante collaborazionista cinese, un torturatore ed un crudele e sadico assassino che ha il volto e lo sguardo 'dolente', pieno di fascino, del grande attore Tony Leung. Scoppia una passione travolgente tra i due, già prede di una palese attrazione reciproca e lei soccombe totalmente e senza scampo alla 'lussuria' con il torturatore: la seduttrice è sedotta.
L'intensità fisica del rapporto tra i due presto però assume per entrambi il significato anche di qualcos'altro, molto simile all'amore, o a quel tipo di amore che ci può essere in una relazione tra un sadico ed una masochista.
Particolarmente romantica, triste e toccante la scena in cui, in un locale giapponese, Wang Jiazhi/ Mak Tai Tai canta e recita a Mr. Yee una tradizionale canzone d'amore cinese.
Infine gli eventi precipitano, ed il destino, che presto si abbatterà sotto forma di storia anche su Z, il quale ne è consapevole, travolge l'antico gruppetto di giovani ribelli che si ritrovano riuniti un'ultima volta letteralmente di fronte all'abisso che li inghiottirà e da cui in fondo sono già stati inghiottiti. Ho trovato la scena finale (del resto anche in "Brokeback Mountain" c'è un finale bellissimo quanto duro) veramente magistrale: questa da sola vale tutto il film, che nell'insieme soffre solo di una iniziale lentezza (c'è un lungo flashback).
Da segnalare infine la presenza di Joan Chen, una delle mitiche interpreti di "Twin Peaks" di Lynch nonché de "L'ultimo imperatore" di Bertolucci, nella parte della moglie di Mr. Yee.
Marta Scattoni