| Olive Kitteridge di Elizabeth Strout Risorsa : Autore : olgam Pubblicata il : 13 December 2009 |
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Il libro di Eliszbeth Strout è stato per un certo periodo di tempo sul lato più lontano dal letto del mio comodino, seminascosto dalla pila di classici sistemati con cura uno sopra l'altro. Come a rappresentare la paura di non poter soddisfare improvvisi desideri di ricercare qualche passaggio fondamentale o quella di non riuscire a colmare il vuoto lasciato dal non averli letti tutti. Poi d'improvviso la curiosità di leggere un nuovo classico, Olive Kitteridge, il libro "destinato a raccogliere la stessa popolarità di romanzi leggendari come Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway" – così la critica più autorevole. Ed ecco che ogni sera la lettura del libro diventa appuntamento irrinunciabile sebbene io continui, almeno alle prime pagine, a dichiararmi insoddisfatta e a trovare assurdo il confronto con gli amati classici (per partito preso). Mi ritrovo però a parlare di Olive con gli amici più cari e nelle situazioni più strane. Scopro infine di aver trovato nella protagonista una vicina di casa, un'amica, mia madre, o forse me stessa. "Odio essere una maledetta schiava" ricordava di aver gridato Olive ancora giovane sentendosi annoiata per la vita che conduceva all'interno delle mura domestiche, nonostante insegnasse matematica in una scuola. Tuttavia, all'età di 72 anni, se il mondo continuava a confonderla, non voleva ancora lasciarlo. Suo marito era deceduto in una clinica dopo anni di sofferenze e Olive, una donna non bella, robusta e sempre accigliata, avrebbe dovuto convivere con la solitudine e sopportare il peso del rimorso di avere sprecato il grande amore che le era stato offerto dal buon Henry, e del quale ella aveva saputo cogliere soltanto le briciole. Il figlio che avevano avuto, la sua ragione di vita, si era allontanato da lei attribuendole colpe di cui Olive non sospettava nemmeno l'esistenza. "Christopher ricorda le cose in maniera diversa da come le ricordo io" – aveva finito per dichiarare Olive. Spalancando la porta di un dramma ben noto a noi postmoderni. Insieme a quello della solitudine, un cancro ben descritto in più di un passaggio del libro "La visita a casa di Larkin indugiava dentro di lei come una oscura, confusa iniezione di fango che le si spandeva in tutto il corpo. Solo raccontarla a qualcuno l'avrebbe lavata via. E non avere Henry a cui raccontarlo le dava un dolore tale che le sembrava di averlo perduto di nuovo proprio quella mattina". Ma la nostra Olive, nostra perché alla maniera di ogni classico che si rispetti, il suo personaggio vive, immortale, nell'immaginario collettivo, è prima di tutto una vicina di casa, un'amica, una donna che potrebbe essere una di noi. Non è dunque solo profonda e i suoi pensieri – il libro è infatti un racconto dell'anima – insieme alle azioni, sono spesso bassi e volgari. Come il tentativo di ridurre l'autostima della prima nuora con sporadiche incursioni nel guardaroba di lei per rubare una scarpa, scarabocchiare un maglione o spaiare i calzini. Così facendo Olive si era persuasa di togliere a quella donna la convinzione di essere perfetta. Circa se stessa invece la protagonista del libro non ha mai di queste convinzioni, al contrario riflette spesso circa l'impressione sugli altri dell'immagine di lei. Vede ad esempio il proprio fondo schiena di balena con gli occhi dell'amico che sta camminando dietro di lei per raggiungere il ristorante nel quale ceneranno. E' un uomo che anche Henry conosceva e che insieme avevano deriso perché superbo e altezzoso, sempre a parlare di Harvard. Eppure da quando Olive lo aveva trovato sdraiato accanto al sentiero asfaltato, erano diventati amici e avevano cenato spesso assieme. E a Olive era sembrato giusto non sprecare di nuovo la possibilità di sentirsi viva che le veniva offerta solo perché Jack non era l'uomo che avrebbe scelto prima di allora. I loro corpi erano anziani e rugosi ma al contrario di quanto pensano i giovani, ancora desiderosi di essere sodi e robusti, e di non respingere l'amore con noncuranza come troppe volte Olive aveva fatto con Henry. Ancora una volta desiderava continuare a vivere quella vita che tanto l'aveva confusa. Facendo rimanere il lettore come sospeso nella convinzione che la morte, dopo aver scelto di rapire tanti personaggi del libro, risparmierà Olive. "Sensazione – per dirla alla Forster – ricavata dai romanzi, dove qualcuno alla fine resta sempre a parlare". |